Pensieri



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lunedì 25 marzo 2013

E' esposto nella Pinacoteca di "Palazzo Pistilli" a Campobasso il calco in gesso di una delle 10 formelle della Porta del Paradiso di Lorenzo Ghiberti.



Il Quotidiano del Molise
del 24 marzo 2013

di Paolo Giordano

Porta del Paradiso
storie di Saul e David
(fonte internet)
Nel 1425, su commissione della potente Arte di Calimala, Lorenzo Ghiberti iniziò la realizzazione della porta est del Battistero di Firenze, che sarà definita da Michelangelo “del Paradiso”. Il nome di quel capolavoro, in bronzo dorato, era in realtà riferito allo spazio che la separava da Santa Maria del Fiore, ovvero Paradisus.
In quell’anno era signore di Campobasso Nicola I il cui nipotino, Nicola II (il conte Cola), classe 1422/1423, muoveva i primi passi e già era in grado di “arringare” i suoi futuri sudditi, avendo di certo imparato a parlare. Nel 1424 era nato Ferdinando (Ferrante I) d’Aragona, re di Napoli dal 1458 al 1494, unico figlio maschio (illegittimo) di Alfonso I.
Il calco in gesso di uno dei dieci pannelli dell’opera del Ghiberti è esposto nella pinacoteca di Palazzo Pistilli a Campobasso. Da alcuni di questi manufatti, datati fine anni 40 del 1900, si è ricavata una copia moderna (1990) che ha sostituito l’originale conservato nel Museo dell’Opera del Duomo a Firenze. La formella campobassana, in cui appare tutta la maestria dell’autore (la cui produzione segna il graduale passaggio dalla cultura artistica tardo gotica a quella rinascimentale) racconta le storie di Saul e Davide: Saul sconfigge i Filistei, David uccide Golia e trionfante porta la testa dell’avversario.
calco in gesso
(collezione Praitano)
L’opera, appartenente alla Collezione Praitano, testimonia il perdurare dell’attenzione che artisti, committenti e collezionisti hanno da sempre avuto per la “copia” di un modello fortunato o di un capolavoro irraggiungibile.
Nel 1452 la Porta del Paradiso venne completata. Due anni prima Cola di Monforte era stato “incoronato” Conte di Campobasso ed aveva, inoltre, sposato Altabella di Sangro. Suo suocero, Paolo, uno dei più rispettabili capitani del Regno, in quell’epocale 1452 partecipò all’impresa del Duca di Calabria (Ferrante I) proprio contro Firenze, alleata dei veneziani.
Necessitarono ben 27 anni per generare quella meraviglia ed altrettanti ne sono serviti per il suo restauro, iniziato nel 1979. Paziente e laborioso si è rivelato l’iter della cura per rimediare ai danni del tempo, delle guerre, della tragica alluvione del 1966 e dei continui palpeggiamenti da parte dei visitatori. La doratura era stata nascosta da una vernice stesa a pennello nel 1772 e solo nel 1948 si è scoperto lo strato quattocentesco. 
Lorenzo Ghiberti
prima e dopo il restauro
(fonte internet)
Oggi la Porta è custodita nell’Opera del Duomo opportunamente collocata in un ambiente climatizzato, privo di umidità e di ossigeno, sotto gas inerte. 
I turisti nell’ammirare il “bel San Giovanni” si trovano dinanzi ad una copia perfetta, ricavata dai calchi in gesso eseguiti da Bruno Bearzi (tra il 1946 ed il 1948), realizzati dalla fonderia artistica fiorentina Enrico Marinelli. Sponsor ne è stato il businessman giapponese Yokiro Motoyama, che ha così “ringraziato” l’Italia per la simpatia dimostratagli nei 35 anni in cui ha vissuto e lavorato tra Tokyo e Firenze.
Gli addetti ai lavori ci tengono a dichiarare che nessuno vuole “città finte”, ma l’urgenza di salvaguardare beni preziosi particolarmente delicati induce a queste falsificazioni. Però, quasi a volersi far perdonare, è in corso uno strepitoso progetto: la ricostruzione nel Museo dell’Opera della facciata della Cattedrale di Arnolfo di Cambio, di fronte alla quale sarà rimontata la porta del Battistero. “Ricreando”, come afferma entusiasticamente il direttore monsignor Timothy Verdon, “un dialogo che nessuno ha visto da 5 secoli e di cui solo gli esperti d’arte parlano.”
Un tassello di questa straordinaria avventura è qui da noi, nella nostra terra, umile ma comunque ricca di Storia, Cultura ed imprevedibili sorprese.

Davide decapita Golia
(particolare calco in gesso)

Saul sconfigge i Filistei


mercoledì 20 marzo 2013

Riqualificazione del sito San Bartolomeo al Centro Storico di Campobasso


Sembra impossibile... ma un tempo molto recente la situazione dell'area a ridosso della Chiesa di San Bartolomeo in Campobasso era "vergognosa".

Speriamo che quei tempi non tornino mai più!

                                     IL FILMATO DEI LAVORI

lunedì 11 marzo 2013

Dall'associazione "Cuore Non Mente" nuova linfa all'Albero della Vita, l'opera di Gino Marotta a Campobasso "vittima" dei graffitari, ridotta a bacheca per annunci e fondale per scarabocchi



Il Quotidiano del Molise
del 10 marzo 2013

di Paolo Giordano

L’associazione culturale CuoreNonMente si è ripetutamente distinta in operazioni di pulizia con cui ha restituito splendore e dignità alle antiche vestigia medioevali campobassane, insozzate dai graffitari. 
Ieri, 09/03/2013, è “uscita” dalla cinta muraria monfortiana per lanciare un forte messaggio di civiltà, attraverso un nuovo importante atto d’amore e rispetto verso Campobasso. Grazie all’appoggio ed alla collaborazione delle amministrazioni Provinciale e Comunale (rispettivamente rappresentate nella circostanza dagli assessori Tramontano e Cimino) ha rimosso le scritte vandaliche che deturpavano “l’Albero della Vita”: la creatura di Gino Marotta che svetta al centro della villa comunemente detta dei cannoni, ma che è stata di recente intitolata all’illustre campobassano B. Musenga. L’iniziativa (autofinanziata) non aveva solo lo scopo di restituire decoro ad un’opera d’arte, oramai ridotta a bacheca per avvisi di vario genere, ma anche esprimere il dovuto rispetto per l’Uomo ed il giusto omaggio all’Artista Gino Marotta, recentemente scomparso.
Egli nelle sue creazioni, pur non trascurando gli aspetti della plurisecolare tradizione artistica italiana, amava inserire elementi che spaziavano dal Rinascimento alla metafisica di De Chirico dimostrando che la buona scultura è quella che sa dialogare con le opere del passato.
La sua idea gioiosa del mondo, brillante e vitale, era… è alla base del processo creativo che, salvandone le forme, consente alla natura di sopravvivere nel contesto urbano senza prescindere, però, dalla modernità dell’uomo contemporaneo. La quercia, ricorrente nella sua produzione, è un simbolo a lui tanto caro. Si innamorò di quell’albero “incrociandolo” nei suoi spostamenti da Roma a L’Aquila. La collocazione nel cuore della Campobasso Murattiana, in un giardino molto frequentato, consente all’opera di entrare nella vita delle persone diventandone parte integrante.
Marotta chiedeva sempre agli amici pendolari, tra Roma ed il Molise, in che stato versasse il suo “Albero della Vita” e lo rattristava profondamente apprendere del continuo progressivo deterioramento: ne sono stati addirittura asportati alcuni pezzi.
L’intervento della CuoreNonMente, ma soprattutto le ragioni che lo hanno generato, potrebbero essere il primo passo per il restauro, che sarebbe perfetto se integrato da un’idonea illuminazione atta a valorizzare il monumento. Si onorerebbe così ancor di più la memoria dell’artefice, notoriamente cultore della luminotecnica.


gli adesivi
che profanano
l'opera

venerdì 8 marzo 2013

La Giornata internazionale della donna: l'otto marzo

tratto dal libro
"Calendario"


La Giornata internazionale della donna


La Giornata internazionale della donna

Si è tentato in questi ultimi tempi di trasformare in una festa del consumo anche la Giornata internazionale della donna che si celebra l'8 marzo, e di aggiungere alla tradizionale mimosa l'obbligo per mariti e fidanzati di un regalino più costoso. Ma la sostanza e il significato di questa data non sono stati stravolti, almeno per ora, perché il motivo che l'ha ispirata, la pari dignità con l'uomo nella vita politica, sociale e familiare, è ancora attuale, come è facile constatare.
Nel nostro paese la Giornata internazionale della donna si celebra regolarmente soltanto dal 1945 per iniziativa delle iscritte all'Unione donne italiane (UDI), di ispirazione comunista e socialista, che 1'8 marzo 1945 si riunirono nella sala grande del liceo Visconti, a Roma, insieme con le cattoliche del Centro italiano femminile, e con vedove di caduti, partigiane, sindacaliste. Tutte insieme approvarono un ordine del giorno inviato a Londra, dove le rappresentanze di venti nazioni, confluite alla Albert Hall per celebrare la Giornata internazionale della donna, approvarono una Carta della Donna, in cui si chiedeva il diritto al lavoro in tutte le industrie, la parità salariale, la possibilità di accedere a posti direttivi e di partecipare alla vita nazionale e internazionale.
Tuttavia, solo nel 1946, conclusa la guerra anche nel Nord, l'8 marzo fu celebrato in tutta l'Italia. In una riunione preparatoria a Roma nacque l'idea di mettere all'occhiello un fiore che potesse caratterizzare la giornata, come il garofano rosso al primo maggio. «Ci voleva dunque un fiore reperibile agli inizi di marzo» ha narrato Marisa Rodano «poiché all'epoca le serre erano poche e non arrivavano fiori in aereo da ogni parte del mondo in tutte le stagioni, come succede ora. A noi giovani romane vennero in mente gli alberi coperti di fiori gialli, quando ancora le altre piante erano spoglie, che crescevano rigogliosi in tanti giardini di Roma e dei Castelli.»
La proposta ebbe successo: la mimosa venne offerta dai bimbi alle mamme, dai fidanzati alle fidanzate, dai mariti alle mogli, dai ministri alle impiegate. E la scelta casuale fu felice anche simbolicamente perché la mimosa simboleggia per tradizione il passaggio dalla morte a uno stato di luce: emblema dunque di rinascita, di vittoria.
Ma se in Italia la Giornata internazionale della donna si è radicata solo a partire dal 1945 (prima di allora si ricorda un'anticipazione il 12 marzo 1922, che non ebbe seguito, nell'ambito del Partito comunista italiano) in altri paesi americani ed europei la ricorrenza si celebrava ormai da decenni.
Negli Stati Uniti il primo Woman's Day risale a un raduno delle donne socialiste americane, il 3 maggio 1908, al Garrick Theater di Chicago, dove il partito socialista organizzava ogni domenica una conferenza. Quella domenica sarebbe mancato per impegni improrogabili il conferenziere; e le donne ne approfittarono per organizzare la prima Giornata della donna, che ebbe un'eco insperata se, alla fine del 1908, l'esecutivo del partito dichiarò ufficialmente: «Raccomandiamo a tutte le sezioni locali del partito socialista di riservare l'ultima domenica del febbraio 1909 per l'organizzazione di una ma­nifestazione del diritto di voto femminile». Così, l'anno dopo, nacque ufficialmente il Woman's Day.
Nel mese di agosto del 1910 le socialiste americane partirono per Copenaghen, dove si sarebbe svolta la Seconda conferenza internazionale dei partiti socialisti, per proporre l'istituzione di una Giornata internazionale della donna da fissare all'ultima domenica di feb­braio, come negli Stati Uniti. 
Clara Zetkin
(fonte internet)
Ma la proposta non venne nemmeno discussa dall'assemblea. Fu invece Clara Zetkin, delegata del partito socialdemocratico tedesco, a suggerirla su «Die Gleichheit», il giornale di cui era direttrice, suscitando molti consensi. Sicché, l'anno dopo, si svolse una Giornata internazionale della donna al 19 marzo, data indicata dal Segretariato internazionale delle donne socialiste perché in quel giorno, durante la rivoluzione del 1848, il re di Prussia aveva promesso, fra l'altro, il voto alle donne. Ma non tutti i paesi europei l'accettarono: in Svezia e in Italia, come in altre nazioni, si preferì il 1° maggio, in Russia, nel 1913, venne scelto il 3 marzo, in Francia, nel 1914, i19 marzo.
Nella Conferenza delle donne del 1914, evento che precedeva il congresso dell'Internazionale a Berlino, le finlandesi, le svedesi e le statunitensi proposero di unificare le celebrazioni, ma si obiettò loro che le differenze di sviluppo industriale e di condizioni climatiche non lo permettevano.
Furono la Prima guerra mondiale e la Rivoluzione bolscevica a imporre l'8 marzo. Il 23 febbraio 1917 a Pietroburgo, in occasione della Giornata internazionale della donna, operaie e mogli di soldati manifestarono per le vie chiedendo pane per i loro figli e il ritorno dei mariti dalle trincee. Alcuni anni dopo, il 14 giugno 1921, la II Conferenza internazionale delle donne comuniste, riunita a Mosca, adottò 1'8 marzo come Giornata internazionale dell'operaia in ricordo del «giorno della prima manifestazione delle operaie di Pietroburgo contro lo zarismo». Ma, si domanderà il lettore, non era stato il 23 febbraio il giorno della manifestazione? La contraddizione è soltanto apparente perché nella Russia zarista vigeva ancora il calendario giuliano, sfasato rispetto a quello occidentale, il gregoriano, di tredici giorni: sicché il 23 febbraio corrispondeva in Occidente all'8 marzo, data che venne poi adottata universalmente.
Questa è la vera storia dell'8 marzo, mentre è completamente falsa la leggenda che la Giornata internazionale della donna sia stata fissata in ricordo di 129 operaie che in quel giorno, nel 1908, sarebbero morte bruciate in un incendio di una fabbrica americana; così come è infondata un'altra leggenda, diffusa in molti paesi europei, secondo la quale la data avrebbe ricordato uno sciopero di lavoratrici tessili avvenuto a New York l'8 marzo 1857 e represso brutalmente dalla polizia. Probabilmente, come osservano Tilde Capomassa e Marisa Ombra, agli inizi degli anni Cinquanta in diversi paesi si avvertì l'esigen­za di scindere l'8 marzo dalla storia sovietica: «Per quanto riguarda l'Italia» scrivono «l'ipotesi ci risulta abbastanza convincente [...] Corrisponde allo sforzo dell'UDI di superare i limiti dei propri riferimenti culturali. Agli inizi degli anni Cinquanta la celebrazione della Giornata della donna (anche la semplice diffusione della mimosa) era, fuori dell'area comunista e socialista, largamente vissuta come un fatto eversivo. Associare l'8 marzo al martirio delle operaie americane significava ampliare gli orizzonti della celebrazione a un mondo più grande (e non a caso si attinse al repertorio della lotta in America) e al tempo stesso attribuirle un carattere sacro».
Le leggende e i falsi martiri non sono solo quelli tramandatici dalle passiones spurie della cristianità.

martedì 5 marzo 2013

Borgo Antico di Campobasso: i volontari dell'associozione "Cuore Non Mente" dichiarano lotta ai graffittari

Il Quotidiano del Molise
del 02/03/2013

di Paolo Giordano

le ultime "profanazioni" sulle antiche mura medioevali
Continua senza sosta la dura lotta tra i graffitari ed i cittadini che fermamente desiderano una Campobasso migliore.
Ancora scarabocchi e scritte criptiche ad insozzare le antiche vestigia campobassane… ed ancora l’associazione CuoreNonMente impegnata a cancellare le tracce della noia esistenziale e del disamore che alcuni adolescenti (nell’ultimo caso) nutrono verso la propria città.
Nella specifica circostanza la “profanazione” è addirittura avvenuta tra le 13,00 e le 14,00, di un tranquillo giorno feriale, in cui degli studenti, che forse avevano marinato la scuola, hanno ben pensato di “decorare” le mura medioevali a ridosso della chiesa Romanica di San Bartolomeo: mal per loro che sono stati, però, individuati.
Dopo aver ripetutamente, nel corso dei mesi, dato risalto agli anonimi protagonisti negativi di tali vicende, è giunto il momento di concedere spazio agli eroi positivi del perdurante conflitto in corso.
Ciò che contraddistingue i soci della CuoreNonMente (impegnata a 360 gradi nel mondo della Cultura, con particolare riguardo per la Musica) è la loro serenità e l’evidente vocazione al servizio sociale. Sono innamorati della loro terra, consapevoli della necessità di rispettarla scoprendone e valorizzandone potenzialità e possibilità occupazionali. Prima di costituire l’associazione, da semplici residenti, si sono avveduti che dinanzi al degrado del Borgo Antico, oramai sempre più periferia che centro cittadino, a nulla servivano le sterili (per quanto fondate) recriminazioni: bisognava rimboccarsi le maniche ed agire. Il contatto vincente è stato quello con la Docchem, azienda chimica di Pavia, che opera nel settore del restauro e della conservazione del patrimonio architettonico e monumentale, pertanto specializzata nella manutenzione di superfici di qualsiasi natura.
volontari al lavoro
Tre convegni informativi e formativi (Orvieto, Perugia e Campobasso), continui e costanti confronti con i tecnici pavesi, che non hanno mai fatto mancare il loro sostegno, ed alfine la squadra è stata pronta alla battaglia! In partenza, quale capitale iniziale, autofinanziamento ed autotassazione, ma anche il supporto di aziende come “La Molisana”, che periodicamente organizza dei “corsi di cucina solidale” il cui ricavato viene destinato a scopi sociali. Così anche il Pastificio ha sostenuto la cancellazione dei graffiti nel Centro Storico campobassano.
Si deve ancora ribadire un concetto, già ampiamente trattato: dal recupero, con la conseguente restituzione alla collettività, della chiesa di San Bartolomeo si è generato un autentico circolo virtuoso. Importanti benefici sono di fatto scaturiti da questo effetto a catena contraddistinto dalle efficaci sinergie tra enti, privati ed istituzioni. La Soprintendenza è da sempre vicina ai volontari che, inoltre, hanno trovato nell’assessore provinciale Tramontano un valido ed appassionato interlocutore. Tra i loro supporter spicca il cantante ed attore teatrale Jo Di Tonno, che esclusivamente per amicizia, viene nel Capoluogo ben due volte al mese per impartire lezioni di canto.
Pur se umili, ed a completa disposizione della Città, i giovani operatori non nascondono i loro grandi sogni. Riqualificare tutta la zona con piccoli interventi di manutenzione ridipingendo le varie ringhiere in metallo e curando le aree verdi. Ma soprattutto ci hanno anticipato l’intenzione di pulire l’altra storica chiesa romanica: le mura di San Giorgio, infatti, sono state “tristemente colorare” dai soliti incoscienti grafomani.
Tale importante occasione (e qui cala il più impenetrabile riserbo) sarà accompagnata da un evento importante, già in fase progettuale, ma di cui non si lascia trapelare assolutamente niente, neanche sotto la più efferata tortura. Ed allora non ci resta che aspettare!


Ed ecco in breve  l'intervento...


Per restituire pulizia e dignità al Borgo Antico di Campobasso basta veramente poco sia in termini di risorse che di professionalità. Forse quel che necessità in più è la disponibilità di ore lavoro.
I ritrovati adoperati (brevetto esclusivo) non sono assolutamente tossici e possono essere usati anche sugli intonaci. Non si tratta di solventi, i quali peggiorerebbero la situazione consolidando i colori, allargando la macchia e favorendone la penetrazione con il conseguente deterioramento della pietra. Scritte e graffiti vengono, invece, assorbiti dal prodotto spennellato che poi sarà semplicemente lavato via. 
Nei casi più difficili, con tinte particolari di cui resta l’alone, si dovrà ricoprire il tutto con un’ulteriore sostanza, successivamente rimovibile grazie ad una semplice spazzola. Per ben concludere è opportuno applicare un antigraffito, che renderà la superficie “non ricettiva”: basterà la pioggia che il buon Dio ci invia per lavare completamente la parete
Campobasso si trova, quindi, accomunata ad importanti città come Venezia, dove il Ponte di Rialto ha ricevuto le medesime cure, Orvieto, il cui Duomo era stato preso di mira dai writers, ed infine Milano, colpita in uno dei suoi simboli, ovvero il Teatro alla Scala.
Insomma stesse problematiche… stesso risolutivo trattamento.



i volontari lavorano senza tregua

UGO TIBERIO: il radar una storia italiana, breve biografia del suo geniale inventore.

Il Quotidiano del Molise
del 03 marzo 2013

di Paolo Giordano


Ugo Tiberio
Ugo Tiberio nacque a Campobasso nel 1904 e morì nel 1980 a Livorno, dove si era trasferito nel lontano ’35. 
Ispirato dagli studi di Gugliemo Marconi, il giovane docente dell’Accademia Navale, realizzò il “radiotelemetro”, prototipo del radar che attraverso le onde magnetiche permetteva di localizzare oggetti a distanza. Come già accaduto per lo zio Vincenzo, scopritore della penicillina 34 anni prima di Fleming (ma tutto era rimasto sepolto negli archivi dell’Istituto di Igiene di Napoli), anche Ugo subì la miopia del mondo scientifico italiano. 
Mentre i paesi anglosassoni stanziavano ingenti somme per le ricerche (prima dell’entrata in guerra gli USA proposero al Tiberio un’allettante offerta, che fu “patriotticamente” rifiutata) in Italia le scoperte dell’ingegnere “campobassano” furono vergognosamente snobbate. 
Nel 1940, alla vigilia della guerra, il suo lavoro dovette sopportare la derisione dei grossi “papaveri” del comando militare: “di notte non si spara”… “Se i tedeschi ce l’avessero (e ce l’avevano) ce lo direbbero”. Addirittura l’ammiraglio Jachino, che “la pagherà” in prima persona nelle acque elleniche, dopo una discussione invitò il Tiberio a dedicarsi esclusivamente all’insegnamento.
Furono i rovesci del conflitto (la disfatta di capo Matapan nel 1941) ad aprire gli occhi delle alte gerarchie. Si poteva morire senza nemmeno combattere, solo perché la tecnologia era in grado di aggirare coraggio ed abilità guerriera. 
due installazioni del radiotelemetro EC3
sulla corazzata  Italia nel 1943
Il Comando Supremo delle Forze Armate quindi cercò di recuperare il tempo perduto. Fu la presa d’atto che un opportuno investimento in ricerca (ieri) avrebbe potuto evitare una più che gravosa perdita di vite e mezzi (oggi). Tiberio portò a termine gli studi “sull’apparecchio che vede le navi di notte” e, quasi immediatamente, il Gufo (radio telemetro EC-3) venne installato sulle navi italiane. Purtroppo un’industria elettronica di alta tecnologia non si genera dal nulla, per cui pur possedendo il “prodotto” non sussistevano le possibilità per realizzarne in gran quantità, rispondendo così alle esigenze belliche. 
Nel dopoguerra gli innegabili meriti del Tiberio ricevettero finalmente la dovuta considerazione, per cui si favorì la nascita di una valida scuola per la formazione di ingegneri ed ufficiali. Il Nostro continuò a prodigarsi nell’insegnamento e nella ricerca. Diresse fino al 1973 l’istituto di Elettronica dell’Università di Pisa, realizzando decine di pubblicazioni. La Marina continua a commemorarne l’opera: l’Accademia Navale di Livorno ha istituito una Fondazione che ogni anno conferisce un premio ad un graduato delle Forze di Mare.
Il Molise, invece, annovera il Tiberio nel lungo elenco di quei suoi figli che, pur essendosi distinti oltre gli angusti confini regionali, pagano, senza ragione apparente, lo scotto del biblico “nemo profeta in patria”. Una maledizione che continua a colpire illustri nomi dei più disparati campi della scienza, dell’economia e delle cultura.


Ecco cosa accade a capo Matapan.
(dal Dizionario Enciclopedico Treccani)

le antenne radar EC3
sulla sommità della
corazzata Roma
Matapan è il capo più meridionale del Peloponneso, all’estremità della penisola mediana (pure detta di Matapan), situata tra i golfi di Messenia e di Laconia.
Durante la seconda guerra mondiale, per impedire il continuo passaggio di convogli britannici che trasportavano da Alessandria e dalla Cirenaica truppe e materiali in Grecia, il comando supremo italiano inviò una parte importante della sua flotta, guidata dalla nuova corazzata Vittorio Veneto, al comando dell’ammiraglio Angelo Jachino, presso l’isola di Creta. 
Il 28 marzo 1941, all’altezza del capo Matapan, avvenne lo scontro con le unità inglesi, al comando dall’ammiraglio Cunningham, che si concluse con la sconfitta italiana a causa dell’insufficiente cooperazione aeronavale e dell'impiego del radar da parte inglese. 
La flotta italiana perse gli incrociatori Fiume, Zara, Pola ed i cacciatorpedinieri Alfieri e Carducci.


UGO TIBERIO: il radar una storia italiana

Il Quotidiano del Molise
del 03 marzo 2013


di Paolo Giordano

Ricco di iniziative, il mese di febbraio, per commemorare opportunamente il 100° anniversario del Radar ed onorare la memoria del campobassano Ugo Tiberio, padre italiano del Radio Detection And RAnging. 
Il giorno 4 nella Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato è stato presentato il libro “Cent’anni di radar - Ricerca, sviluppi, persone, eventi” (Aracne editrice) di Gaspare Galati, ingegnere nucleare professore ordinario di Teoria e Tecnica Radar presso l’Ateneo di Roma Tor Vergata.
Nell’opera, corredata di 300 immagini originali o frutto di accurate ricerche di archivio, sono tracciati lo sviluppo tecnico/scientifico e le applicazioni di una tecnologia eccellente con particolare attenzione alla situazione nazionale. E’ stato preso in esame l’intero periodo storico che va dal primo brevetto di Radar ad oggi. Il filo conduttore è costituito dagli avvenimenti e dalle persone eccezionali che ne hanno reso possibile lo sviluppo, partendo dal pioniere Hülsmeyer (1904), procedendo in Italia con Ugo Tiberio, per giungere ai grandi uomini d’azienda del dopoguerra (tra i primi, Carlo Calosi e Franco Bardelli).
Inoltre, l’Associazione LUDICA e le Università di Siena e Firenze, con la collaborazione dei musei della Selex Galileo e della Scienza e Tecnologia di Milano (Leonardo da Vinci), hanno allestito la mostra didattica “Il Radar: una storia italiana”. L’evento, ospitato dal 3 al 17 febbraio a Firenze nel museo di Storia Naturale “La Specola”, è stato organizzato in concomitanza con la manifestazione PIANETA GALILEO 2012/13 promossa dal Consiglio Regionale della Toscana. 
L’obiettivo è di presentare la figura di Ugo Tiberio, ingegnere e ufficiale della Regia Marina, che insieme a Nello Carrara, padre delle micro-onde, progettò e realizzò con successo il primo radar italiano (chiamato Gufo). Nel mettere in risalto il ruolo svolto da questi due scienziati italiani, si ripercorre la storia ed il progresso scientifico legati a questo strumento, arrivando sino ai giorni nostri e mostrando, così, anche il grande impatto nello sviluppo industriale che tali ricerche hanno avuto nel Paese.
Successivi ulteriori allestimenti sono previsti a Siena, nel mese di aprile 2013, ed a Pisa, entro la fine dell’anno. Sarebbe stata doverosa la partecipazione del Molise, non tanto nella fase organizzativa, quanto nell’ospitare o promuovere tali appuntamenti o altri similari.
“Di tanto in tanto ho scoperto punte emergenti di talenti, ingegni, personalità assolutamente straordinarie” così si esprimeva negli anni ottanta del 1900 l’artista Gino Marotta (illustre esule), aggiungendo “il Molise è ricco di queste eccezioni che forse vanno considerate tali proprio perché si estraggono da una realtà particolarmente depressa”. A ben valutare le “eccezioni” sono così numerose da diventare quasi una costante. 
La vera  tragedia è rappresentata dalla fuga di cervelli (ieri come oggi) che non accenna ad arrestarsi. I molisani stessi non conoscono i meriti di tanti loro corregionali. Causa principale ne è la nostra endemica ignoranza, associata al peccato d’omissione di chi, oltre a non impegnarsi nell’arrestare i flussi migratori, dimentica fin troppo spesso di dover educare e formare quel popolo le cui sorti gli sono state affidate.

immagine tratta dall'invito alla presentazione
del libro di Gaspare Galati